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6 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 6:44

Tutte le volte che partecipo a code chilometriche per accedere a musei e siti archeologici o che faccio più fatica del normale ad acquistarne on line i biglietti di ingresso – quelli “ufficiali”, cioè senza altri servizi ad aumentarne artificialmente il costo – , il mio pensiero corre al Parco archeologico del Colosseo e alle storie che si sono sviluppate intorno alla gestione della sua biglietteria. A cominciare dalle reiterate segnalazioni – tivù e giornali in prima fila – circa l’impossibilità di acquistare on line i biglietti normali, che hanno costellato la sua storia, almeno dal 2019 in poi. Vicende culminate un anno fa con l’irrogazione di una sanzione dell’Antitrust: 20 milioni di euro, 7 solo al gestore di allora, il resto alle principali agenzie di tour operator, quasi tutte con sede all’estero. Come si è arrivati a questo?

Nel lontano 1997 il Ministero dei Beni culturali concede la gestione del servizio di biglietteria e visite guidate alla Pierreci (dal 2010 CoopCulture), allora si faceva così. La concessione prevedeva che lo Stato (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) incassasse i proventi della vendita dei biglietti, riconoscendo al concessionario una percentuale sul venduto (più vendi, più incassi). Quelli gratuiti (scolaresche e assimilati) o a prezzo ridotto diminuivano l’incasso e, di conseguenza, la percentuale al concessionario visto che il numero dei visitatori è contingentato: 3.000 persone presenti all’interno, ora portati a 3.200, biglietti totali vendibili 25.000 al giorno. Questo per i biglietti normali. Per le visite guidate, il contrario: tutto l’incasso andava al concessionario che era tenuto a versare delle royalties in base al venduto: più visite guidate a prezzo maggiorato faceva, più guadagnava.