Fa parte della retorica costruita sul caso Piantedosi-Conte il dire, con sorrisetto sferzante, che la destra non dovrebbe neanche più parlare di famiglia, o tanto meno dichiarare di volerla tutelare, visto che da quella parte abbondano i separati, i divorziati, i flirt extraconiugali. Massimo Gramellini l’ha messo nero su bianco, in prima pagina sul Corriere: «ho capito perché a destra – ha scritto - sono così ossessionati dalla famiglia, insieme a Dio e Patria, perché spesso ne hanno più di una». Battutona. E a cascata tutti a ripetere il ritornello: la destra non giudichi le famiglie non tradizionali visto che le famiglie tradizionali a destra non reggono. Ma quando mai la destra ha varato provvedimenti contro le famiglie non tradizionali? E perché le famiglie non tradizionali si sentono tanto giudicate da Giorgia Meloni e dalla sua base elettorale? Sarà bene allora ricordare e ricordarci che la famiglia non si identifica con una coppia, che può come spesso accade disfarsi, ma è la prima comunità in cui l’essere umano sviluppa il suo senso di appartenenza, ha a che fare con le radici molto più che con l’indissolubilità del matrimonio. Nella cultura che alla destra è congeniale il far parte di una famiglia non costringe l’individuo alla solitudine e lo salva dal “mattino cupo” di cui scriveva l’antropologo Robert Ardrey, il mattino «dell’uniformità, del riflesso condizionato, del migliore dei mondi, dell’ordine assoluto, della realtà egualitaria, del grigiore, il mattino in cui il rintocco della campana farà prendere al gregge la via del pascolo...».