Genova – Ventimila ettari di superficie non sono stati più coltivati, in Liguria, negli ultimi 25 anni. «Da 61 mila ettari siamo passati a 41 mila. Va detto, però, che nelle aziende agricole le nuove generazioni non mancano. Ed è questo il segnale più importante, anche in chiave mantenimento del territorio. Ho in mente tante realtà, per esempio a Luni, dove i ragazzi stanno seguendo la strada tracciata da genitori e nonni». Sabrina Diamanti, 59 anni, spezzina, laureata in Scienze forestali, è la neo presidentessa dell’Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali della Liguria. È la prima donna a ricoprire questo ruolo. L’elezione è nel solco di un impegno di Diamanti ormai più che ventennale: è già stata guida alla Spezia (del solo Ordine degli agronomi, che allora era separato) e ha ricoperto il ruolo di presidente del consiglio nazionale dal 2018 al 2023. «La Liguria? È terra di boschi» dice. E per il verde nelle città la neo presidentessa lancia la necessità di un accurato censimento periodico.

Sabrina Diamanti

Liguria terra di boschi: quanti, per la precisione? «Su 540 mila ettari complessivi di territorio 400 mila sono boschi e verde: non ci facciamo mai abbastanza caso, è un dato pazzesco, che sorprende. E non sono tutti boschi di invasione, come erroneamente vengono chiamati: è vero, in certi casi il verde si è ripreso i terreni abbandonati e abbiamo situazioni instabili ma sono presenti anche tanti boschi meravigliosi». L’incolto, però, avanza. «La superficie agricola è passata da 61 mila a 41 mia ettari analizzando i censimenti dal Duemila a ora. La Liguria è una terra bellissima ma complessa, stretta fra terra e mare: una conformazione che disincentiva la trasformazione dell’agricoltura che si è vista in altre regioni con una maggiore meccanizzazione, un’innovazione del sistema. Un aspetto, questo, che incide sui costi di produzione e in Liguria gli agricoltori hanno, giustamente, scelto di puntare sulla qualità. Nel tempo, però per molti si è presentata la difficoltà a rimanere sul mercato. E un minor numero di terre presidiate e coltivate è anche un conseguente problema di sicurezza e di stabilità dei versanti». L’Ordine quanti iscritti ha? «Siamo pochi qui come in tutta Italia: il numero complessivo italiano è di 19.600 iscritti. Basta dire che gli ingegneri, solo a Roma, sono 20 mila per capire che i nostri numeri sono ridotti». Il Dipartimento di Agraria all’Università di Genova non c’è. Ci sono scuole superiori note, come il Marsano ma non il percorso universitario. «Questo indubbiamente influisce: i ragazzi vanno a studiare fuori fra Toscana, Piemonte, Emilia Romagna. E molti si fermano, poi, a lavorare in quelle regioni. Uno degli obiettivi del mio mandato è lavorare maggiormente con le scuole superiori per far capire ai ragazzi e alle ragazze che questa è una bellissima professione: c’è tanto lavoro sia nel settore pubblico che privato e i professionisti sono pochi. E, chissà, proveremo magari a lavorare anche per caldeggiare il percorso di Agraria a Genova». Il verde in città è uno dei temi chiave come alleato dell’uomo per mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici. Quale pianta non dovrebbe proprio mancare nelle nostre piazze? «Ragionare su un’unica pianta è un errore perché c’è il rischio di vederla colpita da patogeni, funghi, parassiti. Pensiamo a quanto sta accadendo con la cocciniglia tartaruga del pino che sta risalendo le nostre regioni ed è arrivata già in Toscana. Serve ripensare il verde delle città con nuclei di ricchi di biodiversità composti da più specie arboree, 4 o 5 specie arbustive. E senza dimenticare i prati». Più verde in città implica maggiore cura. Anche per evitare fatti tragici con schianti di piante che si abbattono sui passanti. «Serve ricordarsi che siamo davanti a esseri viventi: dovrebbe essere portato avanti un censimento arboreo allargato anche agli interventi che sono stati fatti attorno a piante e alberi in città. Se per un lavoro di rifacimento delle strade le radici di un albero vengono danneggiate l’albero magari resiste, anche anni, ma nel mentre prende il via un processo che, sul lungo periodo, lo porta a collassare. Serve avere sempre il quadro complessivo delle ferite che sono state inferte». Non solo cambiamenti climatici: come agronomi e dottori forestali proponete anche la rivisitazione del verde in chiave sicurezza degli spazi pubblici. «È una delle nuove frontiere che diverse città già stanno affrontando. Il tessuto urbano è stato pensato e realizzato quando era l’uomo ad attraversare strade e piazze per andare a lavorare mentre le donne rimanevano a casa. Ripensare il verde delle città, oggi, in ottica di genere significa per esempio ridisegnare i parchi pubblici con piante e siepi collocate per dare più visibilità nei punti di passaggio: la ragazza che fa jogging o la mamma che passa con il passeggino deve sentirsi al sicuro. Milano, Bologna, Roma ma anche Barcellona, Vienna e Parigi già si sono mosse in questo senso».