“Era pomeriggio inoltrato, erano passate ore dallo sbarco dei naufraghi. Una mia collega è entrata in hotspot accompagnando una bambina avvolta in una coperta. Camminava piano, ma con i suoi piedi. Gli occhi grandi, stanchi, ma vivi. Il papà non ha capito subito. Si è alzato lentamente, incerto se avvicinarsi o no, come se avesse paura. Poi, la bambina lo ha visto per prima e ha detto: ‘Papà!”. E una montagna d’uomo, uno dei 58 sopravvisuti all’ultima drammatica traversata costata la vita a 19 persone, è crollato, come se l’inferno stesso gli avesse il tesoro di più caro.

Zombie, fantasmi, sopravvissuti. A Lampedusa, gli operatori della Croce Rossa italiana ormai sanno riconoscere chi arriva ed è reduce da un naufragio. Lo sguardo perso, la stanchezza infinita, l’incredulità stoica – e quasi sembra un ossimoro – dell’essere ancora vivi. Ancor di più si nota sul molo Favaloro, dove chi capisce di avercela fatta si inginocchia e prega il suo dio – se dopo una traversata da incubo ancora ci crede – per essere ancora vivo. I più, sono fantasmi. Non sanno, non capiscono. La terra balla ancora, come ballava la barca.

L’inferno in terra di Malick

Lui gli operatori lo hanno notato subito. Seduto su una panchina, la metallina – la coperta termica d’emergenza – che gli crepitava attorno. Lui inerte, inerme, paralizzato. Solo gli occhi – vivi e vigili – a squadrare ognuno che passava. Malick – lo chiameremo così per tutelare il futuro suo e dei suoi – controllava, cercava. Lo ha raccontato poi a uno degli operatori che ha visto e interpretato quel silenzio che – si impara a Lampedusa – significa paura, angoscia. Per tutta la traversata aveva tenuto stretta a sé la sua piccola. Si chiama Fatoumata, ha sei anni. E di lei oggi si può parlare al presente perché è viva e sta bene. Ma Malick in quel momento non lo sapeva e disperato cercava. È la prima cosa che ha chiesto a interpreti e mediatori. “C’era la mia bambina, dov’è la mia bambina?”.