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Il fermo nave della Sea-Watch ha scatenato la "Justice Fleet" che, facendosi forza con le sentenze dei tribunali, annunciano la volontà di continuare a fare ciò che vogliono
Dalle parti delle Ong continua a tenere banco il fermo nave imposto alla Sea-Watch 5 nel porto di Trapani, deciso dopo che l’equipaggio dell’organizzazione tedesca ha disatteso le indicazioni delle autorità sul porto di sbarco. “Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, è ostruzionismo motivato politicamente”, ha lamentato Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet, una delle alleanza di Ong di soccorso in mare, davanti al fermo di 20 giorni per la nave e alla sanzione di 10mila euro comminata.
“Assegnando porti lontani e ritardando l'accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale”, si legge ancora nella nota, che contrasta con quanto stabilito dal Tar che, in Italia, vale di più di un’organizzazione straniera che vuole imporre la propria politica a quello che, fino a dimostrazione contraria, è uno Stato sovrano. Secondo diverse sentenze del tribunale amministrativo, infatti, è stato determinato che la scelta di un porto è un'operazione che deve inserirsi nelle “delicate implicazioni di carattere militare, di polizia, di ordine pubblico interno e di politica migratoria”. E in questo contesto esistono “posizioni, oltre che interessi, di politica estera del governo” ma anche “scelte e azioni di carattere politico, al cospetto delle quali il diritto di conoscere si arresta”.






