Da una parte, un negoziato fragile ma che si è ufficialmente aperto. Dall’altra, una guerra che rischia di assistere a una nuova pericolosa escalation. Dopo settimane di attesa, ieri gli Houthi hanno rivendicato i primi lanci di missili contro Israele. Uno all’alba e uno in serata. E adesso, per lo Stato ebraico, gli Stati Uniti, il Medio Oriente e per l’Europa, si apre uno scenario da incubo: un nuovo fronte che incendia lo Yemen e mette a rischio lo stretto di Bab al-Mandab, la porta del Mar Rosso insieme a Suez. Gli Houthi hanno emesso un comunicato chiaro. I ribelli yemeniti hanno annunciato di essersi uniti Iran ed Hezbollah e hanno avvertito che i raid proseguiranno «finché l'aggressione non si fermerà su tutti i fronti della resistenza». Per alcuni esperti, i missili dallo Yemen potrebbero essere casi isolati, con gli Houthi che sarebbero stati costretti da Teheran a fare questo passo, sperando però di non subire una pesante ritorsione. Tuttavia, a preoccupare è un'altra ipotesi: la chiusura di Bab al-Mandab. Per Mohammed Mansour, un alto funzionario dei ribelli sciiti, quella mossa è «tra le opzioni» sul tavolo. E il rischio è che insieme allo stretto di Hormuz venga strozzato un secondo “collo di bottiglia” fondamentale per il commercio globale. Per Tel Aviv e Washington è un nuovo campanello d’allarme, che arriva in uno dei momenti più delicati della campagna militare. Per il Pentagono, il bilancio dell’ultimo attacco iraniano alla base aerea di Prince Sultan, in Arabia Saudita, è stato pesante. I soldati feriti sono almeno 15, di cui alcuni in gravi condizioni. E secondo il Wall Street Journal, i droni e missili di Teheran avrebbero colpito anche un E-3 Sentry: un aereo per sorveglianza aerea, comando e controllo indispensabile per monitorare i lanci nemici e i vari fronti. Fonti di Reuters hanno inoltre rivelato che gli Stati Uniti possono confermare la distruzione di solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano, gettando dunque un’ombra sull’efficacia di un mese di bombardamenti. Secondo il Wsj, Israele avrebbe anche iniziato a razionare i suoi intercettori migliori per garantire un numero minimo di scorte. Benjamin Netanyahu, inoltre, deve fare i conti con l’altro fronte, quello del Libano. Ieri, un raid israeliano ha colpito una macchina vicino a Jezzine, uccidendo cinque persone, di cui tre giornalisti (accusati dallo Stato ebraico di essere affiliati a Hezbollah). Il governo di Beirut ha detto che dal 2 marzo sono morte più di 1180 persone e oltre 3400 sono i feriti. Mentre i miliziani filoiraniani hanno lanciato 250 razzi contro Israele soltanto nell’arco delle ultime 24 ore. E i problemi, secondo il Washington Post, riguardano anche i missili per colpire l’Iran. Gli Usa hanno lanciato più di 850 missili Tomahawk in queste quattro settimane, rischiando l’esaurimento delle munizioni nella regione. Il pericolo, per le forze americane, è che saranno costrette a dirottare le armi da altri fronti. Ma questo pone dei problemi per l’intera strategia di Washington, che già ieri ha manifestato nuove crepe con l’Europa. Secondo il Telegraph, Donald Trump starebbe riflettendo sul ritiro delle truppe Usa dalla Germania come rappresaglia verso la Nato, restia a inviare navi a Hormuz.
Medio Oriente, gli Houthi entrano in guerra: ora anche Suez a rischio
Da una parte, un negoziato fragile ma che si è ufficialmente aperto. Dall’altra, una guerra che rischia di assistere a una nuova pericolosa escalation. Dopo settimane di attesa, ieri...











