“Gli occhi degli altri”, nelle sale dal 19 marzo per la regia di Andrea De Sica, racconta il caso di cronaca nera del 30 agosto del 1970: non solo una tragedia privata ma un racconto sull’ossessione di guardare

di Germano D’Acquisto

Esistono storie che sembrano già cinema prima ancora che qualcuno pensi di girarle. Il caso Casati Stampa è una di quelle: un racconto in cui aristocrazia, desiderio e spettacolarizzazione dell’intimità si intrecciano con una naturalezza inquietante, come se la realtà avesse deciso di anticipare di decenni la nostra ossessione contemporanea per lo sguardo.

Con Gli occhi degli altri, in uscita a marzo con Filippo Timi e Jasmine Trinca, il regista Andrea De Sica sceglie di non limitarsi alla cronaca. Non è un biopic né una ricostruzione giudiziaria: è piuttosto un’indagine sul dispositivo voyeuristico che la vicenda ha incarnato con una lucidità quasi profetica. Perché il delitto Casati Stampa, esploso il 30 agosto 1970, non è solo una tragedia privata ma un racconto sull’ossessione di guardare – e di essere guardati.

Quella sera, nel suo appartamento romano di via Puccini, il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante di lei, Massimo Minorenti, prima di togliersi la vita. Un triplice gesto che chiuse brutalmente una relazione già segnata da un equilibrio fragile e da una dinamica voyeuristica che lo stesso marchese documentava con ossessione, annotando incontri e fantasie in diari minuziosi e scattando fotografie. Dettagli che emersero durante l’inchiesta e che trasformarono immediatamente il caso in uno scandalo nazionale, amplificato da un’Italia ancora profondamente divisa tra conservatorismo e curiosità morbosa.