Da mezzo secolo è il bersaglio perfetto: misterioso, intoccabile, e proprio per questo irresistibile. Il centro nucleare di Dimona, in Israele, torna nel mirino, tra missili, propaganda e verità mai dette fino in fondo. Dai sospetti di Nasser nel 1967 agli Scud di Saddam Hussein nel 1991, fino agli attacchi più recenti attribuiti all’Iran, il copione non cambia: colpire il simbolo per dire di aver colpito il cuore. Israele, come sempre, tace. O meglio, ripete il suo mantra: “Non intendiamo essere il primo Paese dotato di un arsenale nucleare in Medio Oriente”. Una formula – lo racconta il Corriere - che suona come una beffa, visto che da decenni circola la stima di un arsenale tra le 100 e le 200 testate.

Ma ufficialmente, nulla esiste. E chi prova a raccontarlo, spesso viene fermato. Eppure il “segreto di Pulcinella” comincia a emergere già alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni. Nasser vuole vederci chiaro, ordina ricognizioni: nel deserto del Negev qualcosa si muove. È il progetto voluto da Ben Gurion, nato da un’idea semplice e brutale: dopo la Shoah “mai più" e Israele decide che la propria sopravvivenza non è negoziabile. Nemmeno davanti al diritto internazionale. Da qui una dottrina spietata: avere l’atomica e impedire agli altri di averla. Così nascono i raid contro Osirak nel 1981 e contro i siti siriani e iraniani negli anni successivi.