L’unica città che fece vacillare Roma nella risibile graduatoria delle “città più belle che abbia visto” fu Gerusalemme. Nemmeno Parigi e neppure New York, che regna per altri versi ma se ne facciamo un discorso di scorci e seduzione, di “Grande Bellezza”, è tutt’altra storia. Gerusalemme la prima volta fa volare, ma basta reiterare l’incontro e l’Urbe non vacilla più. Ho una moglie romana che senza ragione è convinta di essersi liberata dal raddoppio fonosintattico, Carletto (del Pigneto che fu) è una mia stella polare, tifo Milan e poi Maggica, i nonni paterni erano più Roma che Milano e adoravo zia Claudia anche se era «communista così». Zia era Roma in essenza: narrazione, esagerazione, edonismo, tempi dilatati, egoismo. Insomma, in me non c’è traccia di pregiudizio.

Riflettevo sulla cucina romana con un siciliano. Ne ammise con una punta di fastidio il prodigio, ma ne lamentava la pesantezza. Pur vero, ma detto da mister caponata, pasta alla Norma & cannolo mi parve incongruente o più verosimilmente sciovinismo. Fatti suoi, si alleggerisca a suon di arancine (con la “e” sennò s’incappella). Riflettevo sulla cucina romana e sul fatto che l’inclinazione all’uso del quinto quarto, ovvero frattaglie, già la colloca nell’iperuranio. Eppure mi ha sempre stupito una modalità d’approccio alla pietanza che ho ritrovato nella totalità dei romani che ho frequentato: non disdegnano, anzi apprezzano, il piatto freddo quando non dovrebbe esserlo. Controintuitivo, per chi come il capitolino è un concentrato di epicureismo.