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16 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 18:51
La storia delle calciatrici iraniane che avevano chiesto asilo in Australia dopo essere scappate dall’hotel in cui alloggiava la Nazionale si sta chiudendo nel modo più inquietante. Una dopo l’altra, quasi tutte hanno ritirato la richiesta di protezione internazionale e sono state portate fuori dal Paese, in Malesia. Mentre le attiviste denunciano minacce e pressioni da parte del regime di Teheran per convincerle a fare marcia indietro. Perfino la presenza di un’infiltrata fra di loro, che avrebbe fatto richiesta di asilo per poi riportare loro le intimidazioni. L’ultima a cedere è stata la capitana della nazionale femminile di calcio dell’Iran, Zahra Ghanbari, partita domenica sera dall’Australia. A confermarlo è stato Tony Burke, ministro degli Interni australiano.
Erano state 7 componenti della Nazionali – sei calciatrici e un membro dello staff – a chiedere asilo a Canberra nel timore di ritorsioni da parte del regime di Teheran, dopo che la squadra si era rifiutata di cantare l’inno nazionale prima della partita contro la Corea del Sud della Coppa d’Asia, che si stava disputando appunto in Australia. Il dietrofront è arrivato nel giro di pochi giorni. La prima a cambiare idea è stata Mohadeseh Zolfi, che mercoledì ha ritirato la domanda d’asilo. Due giorni dopo l’hanno seguita Mona Hamoudi, Zahra Sarbali e Zahra Moshkehkar, due giocatrici e un membro dello staff (sulla quale torneremo fra poco). Infine la capitana Ghanbari: dopo aver lasciato l’Australia, Ghanbari ha raggiunto le altre quattro componenti della delegazione a Kuala Lumpur, in Malesia, dove si trovano attualmente in attesa di rientrare in Iran. Delle altre due calciatrici – Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanizadeh – non si hanno altre notizie.














