ROMA - Un altro incubo che si materializza sotto forma di un drone iraniano Shahed piovuto sulla base Ali Al Salem in Kuwait, dove è di stanza un contingente italiano al fianco di militari americani e kuwaitiani. Nessun ferito, solo danni collaterali, con un velivolo a pilotaggio remoto appartenente alla nostra task force aerea andato distrutto, milioni di euro in fumo in una manciata di secondi.

Giorgia Meloni viene informata dal ministro della Difesa Guido Crosetto e tira comunque un sospiro di sollievo. Venerdì scorso la premier aveva espresso il cordoglio del governo italiano per il militare francese rimasto ucciso nell’attacco a Erbil, ben conscia che nell’area precipitata nel conflitto si vive in un equilibrio precario, in una sorta di roulette russa in cui pochi metri possono decidere della vita o della morte di un uomo.

Ma l’Italia resta al suo posto: «Si è militari in tempi di pace e in tempi di guerra, non si possono abbandonare la basi», spiegano con fermezza da Palazzo Chigi. «Non ci facciamo intimidire, le missioni italiane continuano», mette in chiaro il ministro degli Esteri Antonio Tajani al Tg4. «Stiamo riducendo il personale» che opera nella regione, «dobbiamo mettere al sicuro il maggior numero di uomini tenendo fede agli impegni internazionali», aggiunge il responsabile della Farnesina, ricordando che la base in questione era stata già attaccata nei giorni scorsi. Non una sola, ma ben tre volte da quando l’Iran brucia sotto il fuoco americano e israeliano: il 28 febbraio, il 2 e il 6 marzo. Mentre giovedì scorso è stata colpita la base militare italiana “Sinagra” a Erbil, in Iraq. «Non credo che i militari italiani siano un obiettivo specifico» degli iraniani - puntualizza tuttavia Tajani - questi attacchi prendono di mira le «basi internazionali» nella regione, gli obiettivi sono principalmente «americani», ma dato che in alcune di queste basi ci sono militari italiani, «anche loro sono sotto tiro».