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Ultimo aggiornamento: 6:51

di Serena Poli

L’attacco alla sinagoga nella periferia di Detroit è l’ultima deflagrazione di una polveriera che l’Occidente alimenta da un secolo. L’uomo responsabile ha perso l’intera famiglia la scorsa settimana in un attacco israeliano in Libano. Prima di colpire, ha pubblicato le foto della sua famiglia e dei suoi nipotini. Sui social un commento ricorrente è: “Can you blame him?”, puoi biasimarlo? Commenti come questo ormai ricorrono spesso.

Sono da stigmatizzare? Sì, senza dubbio. Sono frutto di antisemitismo? Non sempre, e su questo è necessario che iniziamo a ragionare senza ipocrisie, non per legittimare l’odio ma perché, per combatterlo, è indispensabile comprendere ciò che lo alimenta. Quel “can you blame him?” è il fallimento di tutti. Nell’era della barbarie normalizzata, il dolore non è più un fatto umano. Sotto i video di Teheran gli islamofobi esultano per la “pioggia nera”; sotto le immagini delle macerie di Tel Aviv gioiscono altri. Abbiamo smesso di vedere le vite.