Al decimo giorno di guerra in Iran, squillano i telefoni del Cremlino e della Casa Bianca: da una parte lo zar Vladimir Putin, dall'altra il presidente Donald Trump.
Una chiamata di oltre un'ora, incentrata sul conflitto in Medio Oriente e sull'Ucraina. Con Mosca che manda un messaggio chiaro: "Il successo dell'avanzata delle truppe russe in Donbass dovrebbe incoraggiare Kiev a risolvere il conflitto attraverso i negoziati".
Con l'implicita richiesta al tycoon di intensificare la pressione su Volodymir Zelensky, preoccupato dal rinvio del nuovo round di colloqui proprio per la crisi iraniana. Un fronte, quest'ultimo, su cui Mosca finora non si è esposta se non con appelli alla de-escalation e gli auguri alla nuova Guida Suprema con la promessa di "una partnership affidabile". Putin ha così ribadito a Trump la necessità di trovare una "rapida soluzione diplomatica", mentre il presidente americano si era appena detto convinto che la guerra in Iran "è praticamente conclusa, finirà presto".
Una partita che incrocia i due scacchieri con i due leader che si sono detti "pronti" a contatti "regolari" dopo questa telefonata "costruttiva e aperta", la prima da due mesi. Putin intanto manda anche un messaggio agli europei: forte dell'impennata dei prezzi energetici, getta sul piatto della bilancia nei rapporti con la Ue tutto il peso del suo Paese come grande produttore di petrolio e gas, affermando che la Russia è pronta a garantire le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati. Ma per fare questo aspetta "segnali" da Bruxelles. Quasi una provocazione dopo quattro anni di gelo e accuse incrociate sull'Ucraina, sfociate nella chiusura totale da parte dell'Ue dei rubinetti del gas dalla Russia.









