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Ultimo aggiornamento: 10:36

di Marco Lavenia

Si parla tanto della scarsa affluenza alle urne e della disaffezione al voto da parte degli italiani. Sono un lavoratore italiano fuori sede, pago regolarmente le tasse, non ho condanne penali, eppure mi viene negato il diritto a votare al prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo, nel Comune italiano in cui lavoro e nel quale ho il domicilio, che dista 1300 km da quello in cui risulto residente.

L’unica possibilità per accedere al voto, per me e per oltre 5 milioni di italiani (ossia circa il 10,5% del corpo elettorale) fuori sede per motivi di studio, di lavoro o di salute, rimane il viaggio verso il proprio comune di residenza. Nel mio caso un viaggio aereo, dal Veneto alla Sicilia, con costi che si aggirano intorno ai 300/400 euro (con un rimborso parziale di circa 40 euro per tratta) o di sostenere un viaggio massacrante in treno di circa 36 ore (tra andata e ritorno) durante un week end. Eppure il voto a distanza è già stato sperimentato in occasione delle ultime consultazioni elettorali: non si capisce perché (forse la presidente Meloni teme il voto dei fuori sede) non sia possibile utilizzare lo stesso sistema anche questa volta. Paradossalmente potranno votare gli italiani residenti all’estero che, a differenza di molti italiani fuori sede, non pagano le tasse in Italia e molti di loro, vivendo da decenni fuori dall’Italia, sono ben poco informati sull’argomento del voto.