Sette miliardi e duecento milioni di euro. Sequestrati, confiscati, sottratti alle mafie in tre anni. Non è uno slogan, è il bilancio del contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata in Italia - e racconta una direzione precisa: colpire i clan dove fa più male, nel portafoglio.

Il dato emerge dalla risposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al Question Time al Senato. Nell’ultimo triennio (al 31 gennaio scorso), indagini sul campo, coordinamento tra forze dell’ordine e magistratura e direttive strategiche del Viminale hanno prodotto una pressione crescente sulle ricchezze mafiose. Sequestri e confische sono diventati lo strumento cardine: il primo fronte di una guerra che si combatte tra conti correnti, società schermo e patrimoni immobiliari.

Ma sottrarre non basta. Il nodo resta la velocità: beni confiscati che restano in limbo per anni perdono valore, si degradano, diventano simboli di abbandono anziché di riscatto. Un bene fermo è un’occasione sprecata, e il ministro indica la riduzione dei tempi di destinazione come priorità.

Qualcosa si muove: nell’ultimo triennio oltre 21mila beni confiscati sono stati effettivamente destinati - incremento del 300% rispetto al 2021 - e riconvertiti in presìdi di legalità, strutture di sicurezza, risorse di welfare per i territori. Un’accelerazione netta. Se reggerà, lo dirà la prossima rendicontazione.