Nella notte tra l’1 e il 2 marzo in Libano sono iniziati dei bombardamenti su scala nazionale che non si sono più fermati, interessando i quartieri meridionali della capitale, la valle della Bekaa e diverse aree del Sud del Paese. Oltre 60.000 persone sono già state costrette a lasciare le proprie case e più di 50 villaggi sono stati evacuati. Le strade sono congestionate: intere famiglie fuggono, anche nel cuore della notte, verso le aree considerate più sicure, cercando protezione. La situazione è critica e in continua evoluzione. Dei 583 centri di accoglienza collettivi presenti sul territorio, 291 sono già al completo. Le condizioni di sicurezza sono precarie e tutte le energie di AVSI sono concentrate sulla risposta immediata.

Sul campo lo staff dell'ong garantisce accoglienza agli sfollati, distribuzione di beni di prima necessità, supporto logistico e attivazione di servizi per la protezione dei bambini. Finora, AVSI ha fornito acqua potabile, cibo, kit igienici, coperte e materassi a 750 persone; 200 tra bambini e adolescenti sono stati coinvolti in attività di protezione, mentre 50 famiglie beneficiano di programmi di supporto psicosociale. Gli sfollati degli ultimi giorni vanno ad aggiungersi a quelli già presenti, circa 64mila secondo l’ultima rilevazione di ottobre dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni. L’ultima guerra ha lasciato tantissimi sfollati, gente che ha perso la casa e che non può tornare al proprio villaggio al sud o perché è stato raso al suolo oppure ne è impedito l’accesso. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti, ma spesso questo significa che vivono in situazioni di sovraffollamento, magari in 20 in una casa da cinque persone. Altri, invece, hanno trovato riparo nei rifugi pubblici, adibiti soprattutto in edifici scolastici, ma anche qui le condizioni sono spesso critiche, tra sovraffollamento e scarsa igiene. Infine, c’è chi è rimasto letteralmente per strada.