È necessario blindare le tutele delle persone, evitando che la flessibilità diventi un alibi per scaricare i costi fissi delle imprese sulle bollette e sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori

Il segretario generale della Cisl Liguria Luca Maestripieri

La Liguria si conferma, secondo le ultime rilevazioni statistiche, una delle aree più propense e attive nell’adozione dello smart working in Italia. Un primato di modernità che, tuttavia, non può essere accolto solo con compiacimento, ma che impone oggi una riflessione profonda e urgente. Il lavoro agile non può più essere raccontato come una semplice concessione di libertà, una sorta di "gentile omaggio" aziendale alla qualità della vita. Perché dietro la narrazione romantica del lavoro domestico si nasconde il rischio concreto di una pericolosa fabbrica di nuove disuguaglianze sociali.

Se non usciamo rapidamente dall’idillio bucolico per entrare nel campo delle tutele reali, il rischio è quello di avallare un sistema che premia chi ha già un patrimonio e punisce chi vive in contesti difficili. Sia chiaro: non c’è alcuna preclusione ideologica verso l’innovazione dei modelli organizzativi. Al contrario, crediamo nel progresso, purché sia “partecipato”. Riconosciamo che il lavoro da remoto possa essere un fattore determinante di benessere collettivo, specialmente per far fronte a carenze o emergenze infrastrutturali: quando la mobilità urbana è paralizzata o i collegamenti sono interrotti, lo smart working rappresenta la risposta logistica più sensata per tutelare il tempo di vita e la continuità dei servizi. I buoni esempi in questo senso non mancano. Eppure, siamo di fronte a un evidente tema di disparità abitativa che non possiamo più ignorare. La produttività di un dipendente non può e non deve dipendere dai metri quadri della sua abitazione. Chi dispone di uno studio privato, silenzioso e iper-connesso, parte con un vantaggio competitivo enorme rispetto a chi è costretto a lavorare sul tavolo della cucina in spazi angusti e rumorosi.