“Ibrahim è venuto al mondo per insegnarci una vita senza colori e senza distinzioni perché come ripeteva tante volte siamo tutti uguali. Non ci sono né bianchi né neri su questa terra”. C’è un velo di tristezza e di malinconia ma anche tanto orgoglio nelle parole di Khadim, il cantante reggae di origini senegalesi, fondatore del gruppo Ghetto Eden. Al telefono ricorda il figlio Ibrahim: un bimbo dal sorriso pulito, stroncato da un malore in pochissime ore a soli 11 anni. A casa di Khadim, nel quartiere “Santa Rosa” di Lecce, si vivono giornate scandite dal dolore e dalla tristezza. Ma il cantante e tutta la sua famiglia non sono soli: possono contare sul sostegno (forse inaspettato) arrivato dalla comunità reale e virtuale.

“Sono fiero del popolo salentino e la vicinanza e la solidarietà hanno superato i confini provinciali. In questa tragedia non ci sentiamo soli - dice Khadim - abbiamo ricevuto sostegno e aiuti da tutta Italia e gesti concreti sono arrivati dalla Francia, dall’Inghilterra e da altre parti del mondo”. Una piccola divagazione prima di ritornare a parlare “del suo bambino”. Fiero e orgoglioso, Khadim tesse le lodi del figlio: e non è un epitaffio scontato frutto dell’emotività ma un elogio sincero, spontaneo. “Lo scriva - dice - Ibrahim ci manca tantissimo: lui era la luce, il capitano di questa casa. Era dotato di una tranquillità e di una pazienza che non è facile ritrovare in un bambino di 11 anni. Faceva discorsi profondi, si interfacciava con persone anche di 60-70 anni e sapeva sempre dirti le parole giuste. Ha fatto la sua missione: in 11 anni ha fatto capire il senso della vita poi è andato via”.