Sono le quattro del pomeriggio a Beit Shemesh, la città dove due giorni fa un missile iraniano ha colpito il rifugio pubblico sotto una sinagoga durante la preghiera del pomeriggio, uccidendo nove persone. Le scale sono già state ripulite in parte, i vetri raccolti in mucchi, le porte rimesse sui cardini dove possibile. Resta il cemento spaccato, seminterrati usati per salvarsi e dove invece si è concentrata la forza dell’impatto. È in questa città che oggi si leggono con maggiore chiarezza le contraddizioni e la stanchezza di Israele: un Paese in cui la sicurezza resta il centro della vita pubblica, della lingua politica e dell’immaginazione collettiva, anche mentre la guerra continua a dettare il ritmo dei giorni.

Le forze militari statunitensi e israeliane hanno condotto attacchi aerei e missilistici su larga scala su Teheran

(agf)

Beit Shemesh, a Ovest di Gerusalemme, conta poco meno di duecentomila abitanti ed è una delle città in cui la trasformazione religiosa e demografica di Israele si vede con maggiore chiarezza: famiglie numerose, quartieri in espansione, una presenza sempre più ampia di ebrei haredim, gli ultraortodossi, e una vita scandita da sinagoghe, scuole, stanze blindate, percorsi familiari stretti tra disciplina religiosa e disciplina dell’emergenza. È una città ordinaria, ed è proprio questa la sua forza narrativa. Quando la guerra colpisce Tel Aviv, il racconto prende il tono del centro. Quando colpisce Beit Shemesh, il racconto entra nel tessuto profondo del Paese: la provincia religiosa, il ceto medio e popolare, la famiglia come unità di resistenza, la sicurezza come pratica domestica. David Amar è stato uno dei primi soccorritori ad arrivare sul luogo dell’impatto. Del momento in cui è arrivato ricorda solo le urla delle persone intrappolate e il timore concreto che l’edificio potesse cedere su feriti e soccorritori. Ha scavato per trovare chi era rimasto sepolto, con un ricordo solo in testa: il 7 ottobre. È un passaggio che dice molto più di una memoria individuale, dice che in Israele nessun evento arriva mai davvero da solo, che ogni nuovo colpo si deposita dentro una memoria già allarmata, già incendiata, che rivive il passato prima ancora di nominare il presente. È qui che si misura la precarietà della sicurezza israeliana, non solo nel fatto che si può essere colpiti, ma nel fatto che ogni nuovo attacco riapre la prova che la protezione promessa non è stata definitiva. La guerra, in Israele, agisce anche così, produce vittime, certo, ma insieme modella una percezione collettiva, un sistema nervoso sempre sul punto di riconoscere nel presente il ritorno della catastrofe.