La notte di Acapulco Flavio Cobolli non la dimenticherà mai. Come non dimenticherà quel pomeriggio di Amburgo, quando conquistò il primo titolo ATP 500 della carriera. In Messico si è preso il secondo, facendo di più: ha confermato di essere ormai un giocatore da grandi palcoscenici, mettendo la firma su una settimana di maturità e personalità. In finale ha battuto Frances Tiafoe 7-6(4) 6-4, illuminando la scena del tennis italiano e internazionale. Non soltanto per il trofeo, ma perché questo successo lo proietta al numero 15 del mondo, nuovo best ranking: prima di lui, nell’Era Open, solo otto italiani erano riusciti ad arrampicarsi così in alto, ed è una compagnia pesante che parte da Panatta e arriva fino a Sinner passando per Bertolucci, Barazzutti, Fognini, Berrettini e Musetti. Un club ristretto, che oggi si allarga con il nome del ragazzo nato a Firenze ma romano nel DNA.
Acapulco storicamente nel circuito è torneo spartiacque, anticamera dei Masters 1000 americani, il “Sunshine Double”, tra Indian Wells e Miami. Cobolli ci arriva con le scorie di un avvio di stagione complicato, ma anche con la consapevolezza maturata nelle ultime settimane nelle quali si è ritrovato. Flavio costruisce il successo con profondità e coraggio: nel primo set sciupa un set point, non perde il focus accelerando con personalità nel tie break. Nel secondo l’equilibrio resta sottile: break, controbreak, poi lo strappo sul 4-4 e l’ace che apre la porta al trionfo. È il più giovane campione ad Acapulco dai tempi di Thiem che vinse a 22 anni. E soprattutto è un giocatore ormai completo, capace di vincere sul rosso e di imporsi su un cemento esigente.










