Alla guida c’era Ramiro Julian Romero, ventiquattrenne nato in Argentina, con alle spalle alcuni precedenti per maltrattamenti e furti in abitazione. Seduto al suo fianco Marcelo Ignacio Vasquez Ancacura, originario del Cile, 28 anni. Sul sedile posteriore viaggiava invece Alver Suniga, cubano, classe 1994.
Sono le persone che ieri sera erano a bordo della Yaris fuggita a un posto di blocco della polizia, la stessa che ha dato vita a un inseguimento terminato con uno schianto costato la vita a un’intera famiglia: Patrizia Capraro, al marito Giovan Battista Ardovini e al figlio Alessio.
Quanto accaduto alle 21.30 in via Collatina, per la procura non è un omicidio stradale, come purtroppo se ne vedono tanti e che – codice alla mano – prevede una pena minima di due anni di carcere. Si tratta piuttosto – secondo la pm Giulia Guccione – di omicidio con dolo eventuale, un reato che prevede una pena minima di 21 anni e che viene commesso quando l’indagato, pur non cercando di uccidere qualcuno, è cosciente del fatto che dalle sue azioni potrebbe derivare la morte di una persona, ma, pur di raggiungere il proprio scopo, continua nell’azione.
Non è un cavillo giuridico, ma di una qualificazione di reato che potrebbe costare cara ai tre indagati. Anche perché non è l’unico reato contestato dai pm: c’è la resistenza a pubblico ufficiale e il possesso di un jammer trovato in macchina, uno strumento per disturbare le comunicazioni. Inoltre, il possesso di arnesi da scasso, trovati dopo l’impatto. E poi un nuovo reato, appena introdotto, l’articolo 192, comma 7-bis, del Codice della strada, che punisce chi non si ferma all’alt della polizia e si dà alla fuga.













