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Ultimo aggiornamento: 6:23

I siti culturali più importanti al mondo si trovano nel Mezzogiorno, eppure i meridionali hanno deciso di rinunziare ai frutti di questo patrimonio, ignorandone il vero business: quello dei servizi aggiuntivi dei musei e delle aree archeologiche statali (biglietteria, visite, bookshop, caffetteria etc).

Dovete sapere che nel ’93 la Legge Ronchey aprì ai privati il mercato di questi servizi, inaugurando un regime oligopolistico dominato da appena otto società, prevalentemente settentrionali, che gestiscono (spesso in regime di proroga perpetua) oltre il 90% dei servizi museali. Parliamo di fatturati miliardari! Le cifre, aggiornate al 2024, si annidano nelle tabelle pubblicate dall’Ufficio Statistica del Ministero della Cultura. Vi porto l’esempio di Pompei: in un anno, la società che gestisce la vendita di gadget e libri ha incassato 1,4 milioni ma ha erogato alla soprintendenza appena 118mila euro.

Dovete sapere che questa quota, definita all’interno della convenzione di concessione, dovrebbe essere usata per valorizzare il sito culturale. Quindi, più basso è l’importo riconosciuto alla soprintendenza, più esigua è la dotazione che rimane sul territorio. Vediamo gli altri servizi aggiuntivi: la caffetteria ha incassato 1,9 milioni, a fronte di appena 11mila euro erogati alla soprintendenza. Dalle prevendite, gli introiti ammontano a 36mila euro, con poco più di mille euro riconosciuti alla soprintendenza. E sul fronte ristorazione? Sono stati battuti scontrini per 9.700 euro mentre la soprintendenza non ha ricevuto nulla! Stesso trend sul fronte delle visite guidate: sono state registrati appena 4884 clienti in un anno (la media di 13 visite al giorno registrate, abbastanza poche, tra l’altro) che hanno fatto incassare 22.660 euro, di cui appena 5.438 alla soprintendenza.