Apple ATT contro il Garante, la sfida continua. In attesa dell’esito del ricorso già proposto da Apple, la vicenda della multa di Agcm (l'Autorità garante della concorrenza e del mercato) nei confronti dell'azienda statunitense per “abuso di posizione dominante” continua a far discutere. La sanzione di 98.635.416 euro comminata dall’antitrust italiana ha infatti colpito una funzionalità di iOS pensata per garantire la privacy e la sicurezza degli utenti, che secondo l’authority avrebbe però l’effetto collaterale di penalizzare le applicazioni di terze parti. Ma di cosa stiamo parlando esattamente e quale livello di protezione offre la funzione App Tracking Transparency (ATT) finita nel mirino di Agcm?Come funziona il blocco del tracciamentoNella pratica, Apple ATT prevede la comparsa di una finestra ogni volta che un utente utilizza per la prima volta un’app installata su iPhone o iPad, chiedendo se si voglia consentire il tracciamento delle attività online. Gli aspetti che tocca l’eventuale blocco sono due: l’accesso all’identificativo pubblicitario (Idfa) e il tracciamento cross-app / cross-site. Idfa è un codice univoco che identifica il dispositivo a scopi pubblicitari. Il tracciamento in modalità “cross”, invece, è la tecnica che permette di incrociare i dati da diverse app o siti web per ottenere più informazioni sull’attività dell’utente. La combinazione tra i due consente di tracciare qualsiasi attività in maniera trasversale.Nella pratica, se usiamo tre differenti applicazioni (per esempio un social network, un’app meteo e una di e-commerce), tutti i dati possono essere incrociati dalla per migliorare il livello di profilazione. Immaginiamo di fare una passeggiata. Pubblichiamo un selfie con i nostri compagni di viaggio, controlliamo il meteo per verificare che il tempo non peggiori e, quando ci rendiamo conto che le scarpe che stiamo usando sono troppo vecchie diamo un’occhiata alle offerte per un nuovo modello.Incrociando i dati, in sintesi, è possibile sapere cosa stiamo facendo, dove siamo e cosa vogliamo comprare. Un grande vantaggio per inserzionisti e aziende, un incubo a livello di privacy per chi lo subisce. Tanto più che questi dati possono essere venduti ai data broker e, di conseguenza, circolare anche oltre il perimetro delle applicazioni che eseguono direttamente il tracciamento. E non si tratta soltanto di soggetti interessati a profili di marketing. Nel caso di Tangles, la piattaforma usata negli Stati Uniti dall’Ice per tracciare la posizione di qualsiasi dispositivo sul territorio Usa, questi dati consentono di alimentare un vero e proprio strumento di spionaggio che sfugge anche ai controlli della magistratura.I rilievi dell’authorityDal suo esordio, ATT ha incassato il favore di molti soggetti impegnati per la privacy, compreso - segnala Apple – quello della Commissione europea e del Garante per la protezione dei dati personali italiano. Lo strumento, però, non ha convinto Agcm. Il motivo? Secondo l’autorità garante della concorrenza e del mercato violerebbe l’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. In altre parole, l’introduzione di ATT rappresenterebbe un “abuso di posizione dominante”.Secondo Agcm, che avrebbe condotto la sua indagine in collaborazione con la Commissione europea, la richiesta di un permesso per il tracciamento dell’utente sui dispositivi Apple penalizzerebbe le app di terze parti. In sostanza, Agcm sostiene che le aziende che eseguono la profilazione degli utenti devono già chiedere il permesso per questo tipo di attività e Att rappresenterebbe una duplicazione che finirebbe per scoraggiare gli utenti dall’accettare quello che, per molti sviluppatori, è il principale strumento di guadagno. Secondo Agcm, inoltre, Apple avrebbe ottenuto un vantaggio per le sue app, che non sarebbero sottoposte allo stesso meccanismo. Da qui, in pratica, la contestazione che ha portato alla multa.All’accusa, l’azienda di Tim Cook risponde negando che il sistema rappresenti un modo per discriminare i concorrenti, ma che si tratti di uno strumento ben più efficace rispetto a quelli messi solitamente a disposizione dalle singole app. Con ATT, sostiene Apple, gli utenti possono facilmente decidere se consentire o meno il tracciamento. Se dovessero impostarlo per ogni singola applicazione dovrebbero affrontare decine di procedure diverse, spesso poco trasparenti e intuitive.Il fatto che le applicazioni native non siano sottoposte ad ATT, inoltre, troverebbe la sua giustificazione nel fatto che non prevedono alcuna forma di tracciamento cross-app / cross-site. Non solo: l’azienda sottolinea che anche le app di terze parti che non prevedono strumenti di profilazione di questo tipo sono escluse dall’applicazione di App Tracking Transparency. Insomma: l’esclusione non si limiterebbe alle applicazioni di Apple, ma riguarderebbe qualsiasi app che non usa Idfa e tracciamento in modalità cross.Al di là del caso specifico dello scontro tra l’authority e Apple, il caso ATT rappresenta l’ennesimo segnale di una contraddizione a livello normativo che diventa sempre più evidente col tempo. Se molte normative europee come il Gdpr e il Digital Services Act spingono per la protezione della privacy degli utenti, quando si parla di mercato e concorrenza le regole tutelano modelli di business che mettono a rischio proprio quella riservatezza che in altri ambiti chiedono di preservare. Qualcosa, prima o poi, dovrà cambiare.