La seconda serata sanremese è quella dell’impresa di Achille. Non siamo nell’Iliade, ma Achille Lauro, come l’eroe omerico, affronta la battaglia e non avendo di fronte gli Agamennoni ha davanti a sé il compito di far recuperare qualcosa al festival in termini di ascolti. Di rialzarlo dal crollo dell’esordio.
Ma l’impresa è anche quella, e certamente è più importante, di congiungere palco e realtà, di parlare del dolore e delle fragilità dei ragazzi, di connettere un lutto - la tragedia di Crans Montana, che ha stroncato una generazione - con un momento di festa e fare di questa festa occasione di riflessione e di cordoglio, di unione non retorica e di sguardo in avanti senza dimenticare quanto è stato tremendo ciò che è accaduto la notte di Capodanno in Svizzera.
Da una parte c’è il divo che fa il co-conduttore del massimo evento nazionale, in cui la nostra intera comunità si ritrova e si rispecchia, e dall’altra c’è la sofferenza profonda di famiglie che hanno perso un figlio e il perdurante choc di tanti di noi che avrebbero potuto avere i loro figli in quel locale maledetto. Ma questa separazione tra palco e pubblico in realtà non c’è stata e Achille è stato bravissimo a eliminare le distanze. A calarsi nel dramma e a trarne il senso che è quello di riflettere sulla GenZ che è una generazione spesso tradita - in maniera assassina nel caso del Constellation - e certamente poco capita.










