Sono passati quattro anni dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e dodici dall’inizio della guerra, scatenata dall’annessione della Crimea e dall’attacco russo nel Donbas. È la più lunga e sanguinosa in Europa dalla Seconda guerra mondiale: tra morti e feriti, civili e militari, si stimano circa due milioni di vittime. Non sappiamo quanto durerà ancora: dipende dalla velocità con cui si esauriranno le risorse a disposizione dell’unica persona che può porvi fine, il presidente russo Vladimir Putin. Ciò che sappiamo è che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha probabilmente prolungato la guerra, e sicuramente l’ha resa più violenta.

L’ANALISI

Nella testa di Putin dritto verso l’abisso

La guerra in Ucraina non è difficile da comprendere. Il Donbas, l’espansione della Nato a Est, i diritti linguistici della minoranza russofona sono tutti argomenti usati come specchietti per le allodole, carne da macello per la disinformazione russa che si diffonde sui media e si insinua nelle istituzioni. Alla radice del conflitto c’è solo l’ossessione di Putin di ricostruire un impero perduto. E le guerre imperiali, a differenza di quelle civili o secessioniste, si concludono con la vittoria o la sconfitta di una delle parti; la colonizzazione avviene o non avviene, non ci sono vie di mezzo. Il mio non è un auspicio, ma una constatazione analitica.