È il caschetto biondo (maschile) più famoso della musica italiana. Nino D’Angelo si racconta al Corriere della Sera ripercorrendo la propria vita e la propria carriera, decollata proprio quando ha cambiato acconciatura. Il merito è del suo barbiere, spiega l’artista: “Quando cantavo ai matrimoni, agli inizi, mi facevano una chiavica, dicevano che non ero un bel ragazzo. Ero piccolo, non ero stu piezz ’e guaglione, i capelli però erano belli. Lui mi propose: ‘Facciamo un caschetto?’. Ed è successo il finimondo“.

Il ricordo del primo Festival di Sanremo

Nel 1986 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo, dando un dispiacere a Claudio Villa: “Voleva morire, diceva che il Festival non era importante per me. E io: Claudio, voglio diventare popolare come te”. Di quell’esperienza ha anche ricordi dolorosi, e non esita a parlare di “razzismo”. “Mi hanno trattato come un immigrato” continua. “Se ci fossero state le barche per arrivare a Sanremo me ne avrebbero fatta prendere una. Sono stato il primo immigrato d’Italia, il terrone. Cantavo in napoletano, oggi è un merito, negli anni ’80 no. Sono stato la più grande ingiustizia della musica italiana“.

La depressione

Quando nel 2005 pubblica il disco Il ragù con la guerra lo presenta come il suo ultimo album. Il motivo? “I giornali, la tv, non mi davano spazio per parlare del nuovo Nino. E quando mi invitavano mi chiedevano solo degli anni 80. Ho capito che non mi volevano, mi ero scocciato. E poi era morta anche mammà, ero depresso“.