È morto a 74 anni all’ospedale di Chivasso, stroncato da un infarto, Domenico Belfiore, figura storica della ’ndrangheta in Piemonte e condannato all’ergastolo come mandante dell’assassinio del procuratore Bruno Caccia. Da tempo era fuori dal carcere per gravi motivi di salute.

L’ultima volta in aula risale al novembre 2016, davanti alla Corte d’assise di Milano: in sedia a rotelle, rivendicava la propria innocenza per quello che resta il delitto più grave nella storia giudiziaria torinese degli anni Ottanta. «Sono stato trent’anni in carcere da innocente», disse allora. Poi il silenzio.

Nato a Gioiosa Jonica, classe 1951, Belfiore è stato considerato per decenni un punto di riferimento della criminalità calabrese trapiantata al Nord. Per i giudici fu lui a ordinare l’agguato del 26 giugno 1983, quando Caccia venne assassinato sotto casa, in via Sommacampagna, da un commando legato alla ’ndrangheta. Una sentenza definitiva che gli valse il “fine pena mai”.

La sua parabola giudiziaria ha sempre convissuto con un interrogativo più ampio: possibile che una singola articolazione della mafia calabrese abbia deciso in autonomia di colpire un procuratore capo? Domande rimaste sospese, alimentate negli anni da dichiarazioni di collaboratori di giustizia e da intercettazioni che restituivano l’immagine di un uomo ancora rispettato negli ambienti criminali.