Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.

Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.

Pesa la decisione dell’Icp (filo-Putin) di acconsentire alle bandiere di Mosca e Minsk. E Zelensky: "Vogliono farci cedere il Donbass"

Sotto il cielo delle Alpi, le Paralimpiadi non sono soltanto una festa dello sport ferito e orgoglioso: sono diventate un confine politico. E in quel confine si misura oggi la temperatura morale dell’Europa. La decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di riammettere atleti russi e bielorussi ai Giochi sotto la loro bandiera, è stata definita «democratica». L’organizzazione ha parlato di voto regolare dei membri, di processo condiviso, di legittimità formale. Ma la democrazia procedurale, in tempo di guerra, non sempre coincide con la percezione di giustizia. L’Ucraina ha annunciato il boicottaggio della cerimonia inaugurale. La Repubblica Ceca si è accodata.

La questione non è tecnica, ma simbolica. Lo sport paralimpico, che nasce per ricucire le ferite della storia e dei corpi, si trova a dover decidere se la neutralità sia ancora possibile quando le ferite sono aperte e sanguinano a poche migliaia di chilometri di distanza. Il Comitato difende la propria autonomia. Kiev e Praga evocano invece una responsabilità morale che travalica lo statuto. In mezzo, gli atleti: uomini e donne che hanno già combattuto battaglie intime e che ora si ritrovano, loro malgrado, arruolati in una contesa geopolitica.