“Sei anni di totale confusione e ritardi hanno contribuito a far avanzare il batterio della xylella verso le zone di grande pregio naturalistico e qualitativo”. E ancora: “Se il problema xylella fosse stato affrontato nel 2013, estirpando le piante infette, senza perdere quasi sei anni di tempo, la malattia sarebbe stata localizzata in un’area ristretta del Salento e non si sarebbe propagata in quattro province”. Usa le parole dell’agronomo Rocco Tafuri – uno dei consulenti della Procura di Bari nell’inchiesta sulla diffusione della xylella fastidiosa nel barese – il giudice Giuseppe Ronzino per spiegare il motivo per cui l’indagine va archiviata.
Finisce dunque l’incubo per Donato Boscia, ex direttore dell'Istituto di protezione sostenibile delle piante del Cnr di Bari, unico indagato per diffusione colposa di malattia delle piante, che era assistito dagli avvocati Onofrio e Roberto Eustachio Sisto. Alla richiesta di archiviazione, avanzata dai pm Baldo Pisani e Domenico Minardi, si erano opposti cinque tra docenti universitari e professionisti nei settori scientifici della geografia, medicina e scienze agrarie.
Diversi erano stati gli esposti arrivati negli anni alla Procura di Bari e unificati in un unico fascicolo, tra i quali quello di Gennaro Sicolo, presidente di Cia Puglia e di Italia Olivicola, consorzio nazionale degli olivicoltori. L’ipotesi dei denuncianti era che la propagazione del batterio che ha distrutto migliaia di ulivi, fosse stata favorita da ritardi e omissioni commessi dalle autorità amministrative deputate a decidere le misure per contrastarla. Le contestazioni riguardavano gli accertamenti del Comitato tecnico-scientifico istituito dalla Regione nonché la scelta dell’eradicazione degli alberi infetti, come metodo per fermare l’avanzata della xylella.







