Lo sguardo puntato nei meandri di ogni tipologia di istituzione sociale e politica americana, durata fiume dei film, nessuna domanda e risposta tra intervistato ed intervistatore, invisibilità nella presenza della macchina da presa, totale assenza di commenti musicali extradiegetici. In oltre cinquant’anni di carriera il regista statunitense Frederick Wiseman, scomparso lunedì scorso all’età di 96 anni, ha creato una forma di cinema documentario austera, radicale, irripetibile. Se pensiamo che oggi i documentari sono diventati una tendenza formale semplificabile, sinonimo (non si sa bene perché) di impegno politico (solitamente progressista), addirittura progetti che vengono scritti (sic) prima di essere girati per poter essere selezionati tra i finanziamenti delle film commission regionali e ministeriali, a rivedere il manicomio in Titicut Follies (1967), ambulatori medici e pazienti in Hospital (1970) o la vivisezione sulle scimmie in Primate (1974) viene una rabbia profonda.
Già, perché la noia, il cosiddetto documentario “palla”, non sono le sei ore sublimi di Near Death (1989), dove Wiseman punta silenzioso la sua lente all’interno del reparto di fine vita dei pazienti di un ospedale di Boston, o le quattro ore di Belfast, Maine (1999), dove l’autore osserva la quotidianità dei lavoratori più disparati di una cittadina della costa est. La rottura di scatole sta nella ripetitività dei documentari confezionati ormai come copie carbone per ogni canale mediatico possibile e immaginabile (dallo streaming ai festival), in maniera identica, senza mai un guizzo di improvvisazione, di sorpresa, di coinvolgimento.










