Ecco, questa cosa dell’atleta supermamma, in riferimento a Francesca Lollobrigida e al suo esuberante figlioletto, ha rotto le scatole. Non per Francesca, non per il suo simpatico pargoletto, ma per l’ideologia traboccante, debordante, fastidiosa, che è scaturita da quelle immagini. In omaggio a un femminismo didascalico e anacronistico si è scritto e detto che l’atleta va separata dalla sua maternità. Si è arrivati a sostenere che se Francesca Lollobrigida è stata criticata, ciò è avvenuto perché l’eroismo sportivo è stato fino a oggi modellato su campioni maschi. Qualcuno ha pure rispolverato il fascismo che proibiva alle donne gli allenamenti perché le voleva tutte mamme obbedienti al patriarcato.

Strano: eppure era lo stesso fascismo che fondò nel 1932 l’Accademia femminile nazionale di Educazione fisica a Orvieto.

Sia come sia, in assenza di un’atleta affetta da iperandrogenismo sulla quale disquisire per invocare inclusione e fluidità (chi si ricorda di Imane Khelif?) il gap di genere è stato individuato nella maternità esibita. Perché le sportive non possono essere viste solo come tali senza ulteriori specificazioni? Figuriamoci poi questa fastidiosa appendice, l’essere madre, così in controtendenza rispetto a un mondo fatto di somme di solitudini dove nessuna deve sentire il bisogno di ampliare la prospettiva e di usare il suo potere di generare... Non sarebbe inclusivo, non sarebbe solidale, non sarebbe in linea con l’idea dell’autorealizzazione di sé.