È l’unico a frequentare il numero 10 di Downing Street non per il potere ma per il privilegio di non farsi comandare neppure dai potenti. Non è stato eletto, ma scelto, e non si è inchinato mai davanti a nessuno, uomo o donna. Al suo posto da quindici anni, ligio alle consegne ma rivendicando sempre la libertà un po’ anarchica della sua natura, Larry è un gatto speciale che non ambisce alla pensione come gli umani.
Da tre lustri nel cuore della City londinese e dell’ex impero sempre rimpianto, è venuto dal nulla ma si è concesso di guardare tutti dall’alto verso il basso anche camminando felpato a venti centimetri da terra. Larry se ne infischia del protocollo e del cerimoniale: qualche settimana addietro ha tagliato improvvisamente la strada al presidente della Polonia Karol Nawrocki che, da storico con il senso dell’umorismo, l’ha presa a ridere. Una bella carriera per il felino senza pedigree ma con libero accesso e frequentazione della residenza del premier britannico, considerata casa sua.
Qui Larry si comporta con quel distacco che piace tanto anche alla nobiltà inglese. Nessuno l’avrà informato che, se la natura glielo consentirà, e le sette proverbiali vite gli daranno un aiutino, potrà superare i quindici anni e spiccioli di regno di Giorgio VI, padre dell’immortale regina Elisabetta II. Lui l’ha conosciuta, mentre al 10 di Downing Street brillavano astri nascenti, si smorzavano le stelle cadenti, venivano illuminati dalla ribalta le pleiadi della politica; e pure i carneadi inquadrati dal telescopio strabico della sinistra italiana sempre pronta ad andare in orbita per politici oltr’Alpe, oltremanica e oltreoceano, senza azzeccare una sola figurina da un quarto di secolo.








