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Il senso dell'incontro è ribadire l'alleanza. Ed evitare gli inganni

Il significato dell'incontro fra Trump e Netanyahu non sta in qualche rivelazione eccezionale, né nelle dichiarazioni finali (entrambe generiche) sulla grande domanda se ci sarà la guerra o la trattativa fino a un accordo. Sta nell'incontro stesso, organizzato in un momento cruciale, d'urgenza, fra l'uomo più importante del mondo e il primo ministro di Israele, proprio mentre si prendono decisioni fatali. I due hanno discusso se la trattativa possa consegnare al mondo un Iran completamente cambiato, senza unghie e senza denti, senza atomica e senza missili, che abbia rinunciato all'arricchimento atomico, al potere balistico "a questo e a quello" (come dice Trump, cioè alla strategia che arma i proxy e aggredisce i cittadini) oppure se è indispensabile un attacco in tempi brevi.

L'aria di guerra seguita a tirare forte nell'incessante accumulo di strutture strategiche in Medioriente e nelle notizie da un paradossale Iran, festante per l'anniversario della rivoluzione, che fa sapere che gli ayatollah vogliono trattare solo sull'uranio e anche questo in maniera lontana dall'annullamento. Il vicepresidente Vance ha detto che agli Usa importa solo del nucleare e dei missili, che la prospettiva di un cambio di regime riguarda gli iraniani. È il ruolo di Vance: puri interessi americani. Ma non è quello che disse Trump quando promise aiuto alla folla aggredita dei combattenti per la libertà. Trump lo sa, come sa che ormai dalla Lincoln alla Bush, le portaerei sono state tutte spostate verso la zona di eventuale scontro. Si tratta di decidere se agire solo dall'aria o cercare la destituzione del regime anche a terra. Ma non si può sapere se questo sia in agenda.