I contenitori in bioplastiche sono ancora poco diffusi nella grande distribuzione organizzata (gdo), ma qualcosa sta per cambiare grazie a una strategia di economica circolare, come quella suggerita ad esempio dalla startup PeelPack. Al netto delle questioni legate ad aspetti tecnichi e di produzione – la rivista statunitense Time nel 2023 aveva sollevato un dibattito sulle plastiche alternative – gli addetti ai lavori confermano che, rispetto alla plastica tradizionale, esiste ancora il tema di costi più elevati, prestazioni spesso inferiori e qualche difficoltà di smaltimento.

I costi di produzione delle bioplastiche, per via della complessità, viaggiano tra il 20% e il 50% in più. Senza contare che le importazioni low-cost dall'Asia penalizzano i produttori europei. Poi c’è il limite della durata, della permeabilità al vapore e i processi di compostaggio di stampo industriale che sono diversi da quelli basati sulla digestione anaerobica. Insomma, un mal di pancia da cui mediamente la grande distribuzione si tiene alla larga o, nella migliore delle ipotesi, preferisce assumere una posizione attendista. Eppure esistono già alcune catene di supermercati che forniscono sacchetti a base di amido di mais o patata per il self-service ai banchi di frutta e verdura.