Cinquant’anni fa, l’8 aprile 1971, il primo Congresso mondiale dei rom ha posto le basi per un percorso di autodeterminazione e di unificazione di Rom, Sinti, Manusch, Kalè e Romanichales, i grandi gruppi del popolo romanì, in un percorso di nazione senza Stato. Fu deciso l’inno e la bandiera (blu come il cielo, verde come la terra e una ruota rossa che rappresenta il viaggio dall’India verso l’occidente) e la canzone Djelem Djelem che dice: “Ho camminato, ho camminato, ho incontrato buoni amici… oh Rom, oh giovani, anche io avevo una famiglia, ma la legione nera l’ha sterminata… venite via con noi, Rom di tutto il mondo, le nostre strade si sono aperte, è giunta l’ora di alzarci, spiccare in volo, possiamo se siamo uniti!”.
Il primo Congresso nel ’71 fu deciso quando ancora in alcuni Paesi europei, Svezia, Svizzera e Danimarca, si sterilizzavano le donne rom per debellare il “gene nomade”. Fu deciso nella consapevolezza che era giunta l’ora di ribellarsi a secoli di persecuzioni, di torture e di schiavitù, che dopo un tentativo di genocidio su base razziale non si potrà mai più permettere di tornare indietro, ma anche con la consapevolezza che si stavano ponendo i primi mattoncini di una lotta che dura a lungo e che bisogna lasciare alle prossime generazioni.
