Per la prima volta in Italia i giudici hanno riconosciuto la maternità di una madre lesbica che, malata di tumore, è morta prima di riconoscere le due bambine che aveva avuto in seguito a un percorso di procreazione medicalmente assistita effettuato all'estero dalla compagna. La sentenza è stata emessa il 5 dicembre scorso dal Tribunale di Trieste ma la notizia è stata diffusa soltanto oggi dalla Rete Lenford, che si occupa specificamente di diritti Lgbtqi+ ed è una Associazione di promozione sociale, e dall'avvocata Patrizia Fiore che ha seguito “pro bono” la vicenda proprio per conto della Rete insieme con le colleghe Valentina Pontillo e Giulia Patrassi Leopardi e il legale Manuel Girola.
Si tratta del primo caso in cui, in una vicenda di maternità intenzionale fondata sul consenso alla procreazione medicalmente assistita, è stata promossa un’azione di stato per ottenere l’accertamento giudiziale del rapporto di filiazione nei confronti di una persona defunta.
Il progetto di genitorialità condivisa
Nello specifico, la madre intenzionale, una professoressa di Archeologia greca e romana al Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Trieste, è scomparsa il 19 maggio 2024. Non aveva potuto riconoscere le figlie alla nascita - oggi hanno 8 e 4 anni - poiché in Italia questa dichiarazione sarebbe stata rifiutata dagli uffici competenti in quanto contraria alla normativa vigente. Nel settembre 2024, a pochi mesi dalla sua morte, è stata pertanto intrapresa un'azione giudiziale per assicurare alle bambine il riconoscimento del legame genitoriale con colei che aveva condiviso in modo consapevole e responsabile il progetto di genitorialità con la sua compagna.






