Roma, 5 feb. (askanews) – Il suolo è una risorsa non rinnovabile e fino al 90% dei terreni del pianeta potrebbe risultare degradato entro il 2050 a causa di pratiche agricole intensive, sfruttamento eccessivo e pressioni ambientali. È da questa consapevolezza che prende le mosse SoilTech innovations for sustainable soil and food security, un contributo pubblicato su Nature Reviews Bioengineering firmato anche da due studiosi dell’Università di Pisa: il ricercatore Samuele Risoli come primo autore, e Giacomo Lorenzini, professore emerito di Patologia vegetale, entrambi del Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agro-ambientali.
Lo studio passa in rassegna le soluzioni tecnologiche più avanzate per affrontare questa sfida globale, individuando tre grandi ambiti di intervento: la conservazione dei suoli ancora sani, il miglioramento della loro produttività e il recupero dei terreni degradati. Al centro dell’analisi ci sono le cosiddette SoilTech, un insieme di tecnologie che integrano bioingegneria, strumenti digitali, agricoltura di precisione e approcci biologici basati sul microbioma del suolo.
Dall’uso di fertilizzanti organici e bio-based ai sistemi di monitoraggio che combinano dati ambientali, sensori e intelligenza artificiale, fino alle tecniche di biorisanamento che impiegano microrganismi e piante per ridurre la contaminazione dei terreni, la rassegna mostra come innovazione e sostenibilità possano procedere insieme. L’obiettivo è chiaro: mantenere produttive le superfici agricole senza comprometterne la salute nel lungo periodo, contribuendo così alla sicurezza alimentare in un contesto segnato da cambiamenti climatici e instabilità geopolitiche.






