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Ultimo aggiornamento: 18:58

C’è una trincea nel centro di Roma, tra Largo Chigi e via XX Settembre. Da una parte la Presidenza del Consiglio, dall’altra il Ministero dell’Economia e delle Finanze. In mezzo, una guerra di posizione che sembra ruotare attorno ai privilegi dei privilegiati — smart working, indennità, previdenza, welfare — e che invece rivela chi ha davvero il potere di imporli dentro la macchina dello Stato. Spoiler: il potere non appartiene a chi è chiamato a prendere decisioni politiche, ma a di chi stabilisce quanto quelle decisioni possono costare.

Giovedì il Consiglio dei ministri è chiamato a discutere il decreto sicurezza dopo i fatti di Torino. Ma in fondo all’ordine del giorno c’è un punto destinato ad accendere un altro tipo di scontro, meno visibile ma rivelatore, che mette a nudo una frattura profonda tra gli apparati centrali dello Stato. Sul tavolo del Cdm arriva infatti anche il rinnovo del contratto collettivo 2019-2021 dei circa 3.100 dipendenti della Presidenza del Consiglio, tra 2.100 di ruolo e circa mille in comando da altre amministrazioni.

Una platea ampia, che comprende il personale distribuito in oltre venti dipartimenti, compreso quello della Protezione civile, il primo a proclamare lo stato di agitazione. Il contratto porta aumenti medi intorno ai 50,0 euro netti al mese, senza recuperare l’inflazione accumulata. A far deflagrare lo scontro interno, però, è stata un’altra scelta: il dimezzamento del lavoro agile, da due a un giorno a settimana, deciso unilateralmente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.