Èun’immagine potente ma anche dolcissima. Che sorprende per la sua imprevedibilità e al tempo stesso ci mette a confronto con un lungo tempo trascorso. Quell’immagine è un abbraccio, e non solo ai ragazzi ricoverati, ai loro familiari e al personale dell’ospedale. Lo è a tutti noi.

La visita a sorpresa del presidente della Repubblica al Niguarda, dove stanno tornando alla vita alcune fra le vittime del rogo di Capodanno a Crans Montana racconta, in fondo, una storia lunga giusto sedici anni quest’oggi. La storia di un settennato presidenziale quasi a metà del secondo mandato, che è molto di più di una cronaca politica o istituzionale. È, prima ancora, una storia umana che tutti ci riguarda, fatta di valori che, sempre più rarefatti, abbiamo imparato a riconoscere nel suo modo di essere e di fare. È la presenza di una figura pubblica, non di rado l’unica, cui affidarci, di cui fidarci.

Se le parole che il Presidente ha scambiato con i ragazzi, i familiari e il personale del Niguarda restano, come è giusto che sia, nell’intimità di quell’abbraccio, simbolico e reale al tempo stesso, l’immagine che quella visita restituisce a tutti noi ha davvero molto da raccontare. La cuffia, il camice usa e getta, la mascherina sul volto - l’abbigliamento sterile che il Presidente indossa per avvicinarsi ai ragazzi gravemente ustionato – sono il contraltare, anzi il perfetto opposto di tutto il resto che l’immagine esprime: empatia. Vicinanza. Capacità di fare e dire le cose giuste al momento giusto. Anche se quel “dire” è magari un sorriso gentile e silenzioso che parte dagli occhi e arriva alla bocca nascosta dalla mascherina di protezione.