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Ultimo aggiornamento: 8:08

I numeri ufficiali parlano di 226 morti. Ma le cifre fornite da gruppi di attivisti sono ancora più drammatiche: sono oltre 400 le persone che mancano all’appello. Minatori, ma anche commercianti e donne e bambini che si trovavano sul posto. Una catastrofe, tanto che anche papa Leone all’Angelus ha voluto ricordare l’ennesimo crollo nell’ennesima miniera artigianale in Repubblica Democratica del Congo.

Solo a novembre avevano fatto il giro del mondo le immagini della frana del versante di una collina “traforata” dai minatori artigianali per estrarre cobalto nel Lualaba, un’altra regione del Congo. Una trentina i morti ufficiali, cifra poi portata a 80.

Ma stavolta i numeri sono ben altri. E soprattutto, non si tratta di un sito qualsiasi: stavolta il crollo è avvenuto a Rubaya, che in Congo è la miniera per antonomasia. La madre di tutti i drammi, di tutti gli sfruttamenti e di tutte le guerre. Rubaya, situata nella provincia del Nord Kivu, è il sito da cui proviene fra il 15 e il 30% del coltan mondiale. Probabile che anche nelle tasche di chi legge ora, nei nostri smartphone, ci sia il tantalio proveniente proprio da lì. E se non viene da Rubaya, quasi certamente arriva da un’altra delle miniere artigianali congolesi. In RdCongo infatti si trova fra il 60 e l’80% del coltan mondiale. Le percentuali oscillano in modo così ampio proprio perché l’estrazione avviene in maniera artigianale e spesso la materia prima grezza viene esportata di frodo, passando la frontiera con il vicino Rwanda e ricevendo solo lì l’etichettatura ufficiale.