Un messaggio sms sul telefonino, inviato da un’agenzia di pagamenti digitali o una banca, in questo caso un fantomatico Uni Credit. «È stata richiesta autorizzazione di pagamento di 1.409 euro. Se non ha effettuato lei l’operazione, contatti il servizio clienti». Oppure la richiesta: «Autorizzare 1.000 euro?». Ovviamente si clicca sul «no», la vicenda sembra chiusa lì. Qualche ora dopo, invece, si riceve una telefonata. Dall’altra parte, una gentile centralinista: «Non ha chiesto lei quel movimento? Non è il primo a segnalarcelo. Stiamo informando carabinieri e polizia, sarete ricontattati».
E arriva una seconda chiamata. Sullo smartphone, il numero fisso corrisponde a quello della Questura di Cuneo. Un uomo si presenta con nome e grado, ha una voce calma e precisa, spiega che stanno indagando su un tentativo di frode, chiede di collaborare e di non parlare con il direttore della banca perché «potrebbe essere coinvolto». E invita a trasferire i risparmi su un «conto sicuro», creato apposta dalla polizia di Stato per proteggere il denaro.
Uno dei messaggi della truffa telefonica inviati alle vittime
È l’ultima truffa telefonica costata 50 mila euro a una coppia di pensionati cuneesi ingannati con lo «spoofing», tecnica informatica che sta facendo decine di vittime nella Granda. Esperti truffatori sono in grado di far comparire sul display del cellulare il numero di una vera questura, o una vera caserma dei carabinieri, quindi «accompagnano» i malcapitati in un’operazione bancaria che fa sparire i soldi. «Erano i risparmi di una vita» hanno raccontato i cuneesi alla polizia, disperati e in lacrime, dopo aver scoperto il raggiro. Un fenomeno che si sta espandendo a macchia d’olio e colpisce non solo gli anziani, ma soprattutto cittadini tra i 40 e i 70 anni, autonomi e scaltri.







