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Ultimo aggiornamento: 17:35

Un drone russo ha colpito un pullman a Pavlograd, nella regione centro-orientale ucraina di Dnipropetrovsk, causando la morte di almeno 15 persone e il ferimento di altre sette. A renderlo noto è stato il governatore locale, Oleksandr Ganzha. L’attacco ha preso di mira un autobus che trasportava minatori della Dtek che tornavano a casa dopo il turno di lavoro. Lo ha confermato l’azienda in un post su Telegram.

Non è stato l’unico raid delle ultime ore. Nella notte tra sabato e domenica, la Russia ha lanciato 90 droni, 14 dei quali hanno colpito 9 località, secondo quanto riferito dall’aeronautica militare di Kiev. Una donna e un uomo sono rimasti uccisi a Dnipro. Tre donne sono state ferite da droni che hanno colpito il reparto maternità di un ospedale a Zaporizhzhia, nel sud dell’Ucraina. Il raid ha anche provocato un incendio nella reception del reparto di ginecologia, poi domato. Le forze armate russe hanno colpito anche il centro di Kherson, nel sud del paese, ferendo gravemente una donna di 59 anni, secondo l’amministrazione militare municipale.

L’attacco al bus è avvenuto nel giorno in cui è scaduta la tregua temporanea dei bombardamenti sulle infrastrutture energetiche, una pausa fragile e controversa che aveva acceso, per pochi giorni, le speranze di un allentamento della pressione militare russa. Nei giorni scorsi Donald Trump aveva dichiarato di aver chiesto personalmente a Vladimir Putin di fermare i bombardamenti su Kiev e su altre città ucraine a causa di un’ondata di freddo estremo che stava mettendo in ginocchio la popolazione civile. Una richiesta definita da Trump come un tentativo diretto e fuori dai canali tradizionali, che molti dei suoi consiglieri ritenevano destinato a fallire. A sorpresa, però, dal Cremlino era arrivata una risposta positiva. Il portavoce Dmitry Peskov aveva confermato il 30 gennaio che Vladimir Putin aveva ricevuto la richiesta e aveva accettato di sospendere gli attacchi su Kiev e sulle infrastrutture energetiche fino al 1° febbraio . Mosca aveva spiegato l’adesione alla tregua non solo con motivazioni umanitarie legate alle temperature record, ma soprattutto con la volontà di creare un clima più favorevole ai negoziati di pace in programma ad Abu Dhabi.