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Hollywood come copertura, Teheran come set, la Guerra Fredda sullo sfondo: così la CIA salvò sei americani fingendo di girare un film
4 novembre 1979. All'apice delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, un folto gruppo di militanti islamici fa irruzione nell’ambasciata americana di Teheran, reclamando l'estradizione dello scià Reza Pahlevi per porre fine al regolamento di conti che la rivoluzione islamica esigeva. Sessantasei americani, diplomatici e marines, vengono presi in ostaggio come contropartita per negoziare un riscatto. Nel caos totale, sei americani, membri dello staff consolare, riescono a fuggire, nascondendosi presso l'ambasciata canadese, che concederà loro asilo. La loro esfiltrazione è destinata a rimanere nella storia come una delle più audaci e improbabili operazioni segrete del XX secolo. Nome in codice: “Canadian Caper”.
A Washington e a Langley, dove ha sede il quartier generale della CIA, l’allarme è al massimo livello. Dopo la Baia dei Porci, la crisi degli U-2 e quella dei missili cubani, la cattura degli americani a Teheran, ripresi bendati e legati, pronti per essere consegnati al boia per un'esecuzione sommaria con la falsa accusa di spionaggio, viene considerata una delle peggiori crisi della Guerra Fredda. Tutte le opzioni sul tavolo dell'intelligence americana sono rischiose e l'idea che sei agenti consolari possano essere catturati e giustiziati come spie pesa particolarmente sulla Casa Bianca.






