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La visita di Keir Starmer in Cina non è una svolta filo-Pechino, ma una mossa di triangolazione. Londra dialoga con Xi per mandare un messaggio a Washington, mentre Trump torna a rendere instabile il rapporto con gli alleati

Keir Starmer è arrivato a Pechino con un lessico studiato al millimetro: cooperazione pragmatica, realismo strategico, dialogo senza illusioni. È il linguaggio che serve quando si parla con la Cina senza voler apparire né ingenui né ostili. Ma il vero destinatario di quel vocabolario non siede solo nella Grande Sala del Popolo. Sta anche a Washington, dove Donald Trump ha riportato l’imprevedibilità al centro dei rapporti con gli alleati, e a casa: un Paese stanco, nervoso, sempre più scettico verso la capacità del nuovo governo laburista di rimettere ordine nel caos britannico.

La visita di Starmer in Cina non è un ritorno sentimentale all’era dell’“età dell’oro” sino-britannica, né un’improvvisa conversione. È una mossa di triangolazione, resa urgente dal contesto internazionale e dalle tensioni transatlantiche. Londra manda un segnale a Pechino, certo, ma soprattutto usa Pechino per parlare a Washington. Il messaggio è che il Regno Unito resta un alleato affidabile, ma rifiuta di essere intrappolato in una relazione asimmetrica con un’America imprevedibile. Commentando le minacce tariffarie statunitensi, Starmer ha avvertito che "una guerra dei dazi non è nell’interesse di nessuno", aggiungendo che l’obiettivo del suo governo è "fare in modo che non si arrivi a quel punto".