Gli Stati Uniti sono nella morsa del gelo. E i mercati del gas tremano, con rialzi di prezzo da primato al di là dell’Oceano Atlantico – addirittura il 75% in tre giorni al Nymex – che a cascata accentuano le tensioni in Europa e in gran parte dell’Asia.

Temperature molto rigide e inferiori alla media stagionale si stanno peraltro registrando in questi giorni in molte aree del mondo, con un conseguente aumento generalizzato dei consumi del combustibile per il riscaldamento, che nel Vecchio continente accentua il nervosismo per la rapida discesa degli stoccaggi (ormai sotto il 50% della capacità a livello Ue) e per le manutenzioni alla centrale nucleare francese di Flamanville, che si concluderanno solo a fine gennaio, spingendo a bruciare ancora più gas.

La salita dei prezzi – che sta avvenendo in sincronia in tutte le maggiori aree di consumo del Pianeta – non è comunque una semplice coincidenza, ma la dimostrazione plateale dei possibili effetti della globalizzazione dei mercati del gas, frutto a sua volta del maggior peso assunto dal Gnl nel mix di approvvigionamento (rispetto ai flussi via gasdotto) e del ruolo predominante delle forniture «made in Usa», soprattutto in Europa, dove hanno sostituito quelle che un tempo ci arrivavano da Gazprom.