Tilly Norwood ed Eline Van der Velden non si assomigliano. Sono entrambe attrici e nel cast di una commedia familiare potrebbero giocare da antagoniste. La prima è la ragazza della porta accanto capace di trasformarsi in bomba sexy; la seconda ha i tratti affilati e arguti, il piglio da giovane donna in carriera con pochi scrupoli. Solo che Eline è reale e Tilly no. Non solo. Eline è la creatrice di Tilly: i lineamenti morbidi, il sorriso accattivante, le curve sinuose del corpo sono il risultato di mesi di ricerca della sua società di produzione Particle6, che usa l’Intelligenza Artificiale per generare e lanciare gli immateriali divi del prossimo futuro.

La bella Tilly è solo la prima: gestita dal talent studio Xicoia, anche questo di proprietà della Van der Velden. Ma è pure alla ricerca di un agente vero e proprio. Che gli trovi le parti giuste nella giungla umana di Hollywood. L’entrata in scena dell’attrice figlia dell’IA ha scatenato reazioni furibonde nell’industria dello spettacolo. Condanna da parte del sindacato dei professionisti dei media, commenti ironici e insieme orripilati da stars quali Whoopi Goldberg e Emily Blunt, dichiarazioni delle grandi agenzie di talent-scout sull’inaccettabilità di attori sintetici. Van der Velden ha risposto alle critiche con l’annuncio di altri 40 attori virtuali allo studio del suo team di ingegneri. Abbastanza per il cast di un film tutto “made in AI”.