Nel 2026 le pensioni sono tornate ad aumentare e i primi effetti si vedranno da febbraio. Almeno sulla carta. La rivalutazione automatica legata all’inflazione garantirà infatti un incremento degli importi lordi, ma il vero nodo – come spesso accade – è capire quanto di questo aumento netto finirà realmente nelle tasche dei pensionati, una volta applicate tasse, Irpef e addizionali locali.

La rivalutazione delle pensioni per il 2026 si aggira attorno all’1,4%, una percentuale che si traduce in pochi euro al mese: una pensione lorda da 1.000 euro cresce di circa 14 euro lordi; una da 2.000 euro di circa 28 euro lordi. Un adeguamento automatico che serve a compensare, almeno in parte, l’aumento del costo della vita, ma che non tiene conto dell’impatto fiscale.

Il problema nasce proprio nel passaggio dal lordo al netto. L’aumento, infatti, viene tassato come il resto della pensione, finendo per aumentare l’imponibile Irpef. A questo si aggiungono le addizionali regionali e comunali, che variano in base al territorio. Il risultato? Per molti pensionati l’incremento reale si riduce a pochi euro al mese, e in alcuni casi l’effetto finale è quasi impercettibile.

In media per le pensioni basse o medio-basse, l’aumento netto può oscillare tra 5 e 10 euro al mese. Per le pensioni medie, si sale a 15–20 euro mensili. Solo per le pensioni più alte l’incremento netto diventa più visibile, ma resta comunque lontano dall’aumento lordo iniziale. Il paradosso è che una parte dell’aumento serve semplicemente a pagare più tasse, riducendo di fatto il beneficio reale.