Altro record battuto. Per la prima volta nella storia l’oro supera la soglia dei 5.000 dollari. Una corsa che vede il bene rifugio sopra addirittura i 5.100 dollari l’oncia. Mentre l’argento oltrepassa il tetto dei 100 dollari e anche il platino vola. La domanda del metallo giallo – il cui valore è più che raddoppiato negli ultimi due anni – continua a rafforzarsi. I motivi sono legati alla debolezza del dollaro e alle incertezze geopolitiche a livello internazionale. E ancora: allenamento della politica monetaria degli Stati Uniti, picco di afflussi negli Etf e intensi acquisti delle banche centrali. Cosa dicono gli esperti Come spiega Kyle Rodda, analista senior di mercato presso Capital.com, pesa «una crisi di fiducia nell’amministrazione statunitense e nelle risorse statunitensi», nonché «decisioni sbagliate». Il riferimento è ai continui attacchi alla presidenza della Federal Reserve, alle minacce di annettere la Groenlandia e di dazi del 100% al Canada se raggiungesse un accordo commerciale con Pechino, fino all’intervento militare in Venezuela.
A detta di Max Belmont, gestore di portafoglio presso First Eagle Investment Management, «l’oro è l’inverso della fiducia. È una copertura contro attacchi inaspettati di inflazione, ribassi imprevisti del mercato, riacutizzazioni del rischio geopolitico». Ma c’è anche la partita tutta dentro gli Stati Uniti. Con incertezze politiche elevate, dato che il leader il leader democratico del Senato Chuck Schumer ha promesso il blocco di un massiccio pacchetto di spesa (e il conseguente rallentamento della macchina amministrative), qualora i repubblicani non eliminino i finanziamenti per il Dipartimento della sicurezza interna. E l’intervento dell’Ice a Minneapolis non dà certezze. Inoltre, sottolinea Vasu Menon, amministratore delegato della Strategia di investimento alla Oversea-Chinese Banking Corp Ltd, che “l’oro potrebbe rimanere in gioco nei prossimi mesi e persino nei prossimi anni, sebbene gli investitori devono prepararsi a ritiri intermittenti dopo i forti guadagni degli ultimi 12 mesi». Confindustria: economia quasi ferma Le ricadute dei casi Venezuela e Groenlandia si fanno sentire anche in Italia. Dove il Centro studi di Confindustria non usa mezzi termini: «economia quasi ferma», «prezzo del petrolio che non scende più», «dollaro debole che compromette l’export», «industria che resta volatile». Nella congiunturale flash, si osservano le conseguenze sul nostro Paese: famiglie spinte a risparmiare, consumi in frenata, ma anche ultima accelerata sul Pnrr, riduzione dei tassi sovrani e risalita del credito.














