Che in tutti i Paesi più avanzati il 10% dei cittadini più facoltosi (il cosiddetto decimo decile) detenga la quota più alta della ricchezza in genere più del 50% del totale, non è una notizia. E non è nemmeno una notizia che il 50% dei cittadini più poveri (il cosiddetto bottom 50%) ne detenga una frazione molto bassa, normalmente meno del 10%. Sono numeri “normali” nelle società democratiche capitalistiche mature, mentre nei Paesi con dittature e oligarchie il divario può essere anche più ampio.
Tuttavia, non passa mese senza che qualche centro studi o ONG si spinga quasi a criminalizzare ideologicamente la ricchezza e la sua concentrazione, alimentando un senso di sempre più diffuso risentimento nell’opinione pubblica, specie tra le classi sociali meno abbienti. Questo modo di trattare l’informazione economica è alquanto discutibile. Infatti, molti miliardari e milionari sono tali non in quanto percettori di chissà quali rendite bensì perché posseggono quote di controllo delle imprese che hanno meritoriamente creato, generando PIL e occupazione. Bisognerebbe inoltre distinguere tra la ricchezza, cioè il patrimonio immobiliare e finanziario, da un lato, e i redditi, dall’altro, due cose molto diverse (normalmente la maggior parte delle persone vive coi secondi, non con la prima), altrimenti si corre il rischio di generare una confusione ancora maggiore.







