Alle 6.45 di un lunedì d’inverno Diego Baroni è uscito di casa come ogni altro giorno per andare a scuola. Zaino in spalla, berretto calato sulla testa, la normalità dei quattordici anni di oggi. Dieci giorni dopo, però, di quel ragazzo alto un metro e ottanta, promessa del basket veronese, restano solo tracce digitali, ipotesi investigative e un’intera comunità che trattiene il fiato in attesa di notizie.

Diego è scomparso il 12 gennaio da Pozzo di San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona. Doveva raggiungere l’istituto professionale Giorgi, che frequenta al primo anno, ma a scuola non è mai arrivato. Al suo posto, un biglietto ferroviario per Milano. Alla stazione di Verona Porta Nuova avrebbe incontrato un’amica, confidandole l’intenzione di andare nel capoluogo lombardo per vedere alcuni amici. Amici che, come ha poi raccontato la madre ai carabinieri, a Milano non risultano esistere. Le indagini, coordinate dal procuratore Raffaele Tito, hanno imboccato una pista precisa: Diego è vivo, ma qualcuno potrebbe aiutarlo a restare nascosto.

Venerdì 16 gennaio in procura è stato aperto un fascicolo e ora l’ipotesi di reato è quella di sottrazione di minore, anche se al momento non risultano nomi iscritti nel registro degli indagati. Il contesto investigativo resta blindato, ma alcuni elementi d’indagine sono comunque sono emersi: il cellulare del ragazzo ha agganciato due celle nel centro di Milano la sera stessa della scomparsa, poi il silenzio. Da qui il dirottamento delle indagini nella città meneghina.